La libertà di pensiero e di parola e il dovere di non calpestare la dignità umana.
La nostra Costituzione
vede la luce dopo un momento storico drammatico e fa tesoro della negazione di
tutti i diritti umani calpestati e vilipesi, di tutta la violenza che ha
dominato per un ventennio il nostro paese( e non solo), di tutto il peso di un’ideologia
che ha devastato le cose e le persone. I principi fondamentali della Carta
Costituzionale fissano diritti inalienabili, diritti per i quali molti hanno
combattuto fino a perdere la vita. Che cosa è successo da quel 1 gennaio del
1948? Quando abbiamo perso di vista il valore pregnante di quelle parole che
suonavano come un monito?
“Manifestare
liberamente il proprio pensiero con la parola” non è da leggere come l’autorizzazione ad offendere, attaccare, umiliare,
sopraffare chiunque non condivida il nostro punto di vista o, peggio, ne abbia
uno diametralmente opposto. I Padri Costituenti hanno voluto riaffermare, dopo
l’assordante silenzio a cui il nostro paese era stato condannato, il diritto di
esprimersi, il diritto di obiettare, il diritto di dissentire e disobbedire
senza pagare con la vita le proprie idee. Qual è il punto? L’inconcepibile
violenza verbale, mascherata da libertà di opinione, è il frutto di una totale
e nefasta assenza di contenuti. La prevaricazione, anche solo verbale,
rappresenta l’unico mezzo per imporre il proprio pensiero o, peggio, per
ottenere il facile consenso che gli urlatori seriali, spesso ignoranti e privi di
contenuti, desiderano fortemente. Quell’articolo voleva affermare un concetto
semplice e fondamentale: la società civile e la politica devono nutrirsi di un
confronto serio e continuo, non esiste un solo pensiero giusto, ma ciascuno
deve partecipare al dialogo politico portando il suo contributo di idee e
conoscenze. Ecco segnato il labile confine, ormai del tutto cancellato: libertà
di parola si traduce in un attacco indiscriminato e irrefrenabile verso
chiunque non condivida il nostro pensiero o la nostra ideologia o il nostro
orientamento religioso o sessuale, verso chiunque percepiamo diverso da noi. E
allora tutti contro il compagno troppo grasso, troppo magro, troppo alto,
troppo studioso, troppo amabile, gay o trans, troppo brillante rispetto a noi. Tutti
contro il collega più in difficoltà, tutti contro il capo( fa molto
rivoluzionari), tutti contro uno anche fra gli adulti. E giù insulti, frasi
taglienti come spade, parole usate per ferire deliberatamente, per fare del
male fino ad uccidere.
E neppure il dibattito politico è scevro
da questa involuzione! Non si discute di programmi, non si affrontano problemi,
ma si urla, si attacca l’avversario politico, meglio se sul personale, si urla
ammettendo un solo punto di vista giusto: il proprio. E allora l’ideologia
diventa l’alibi più meschino per nascondere la volontà di ritornare ad un unico
pensiero prevalente, come se la storia non ci avesse insegnato nulla. Non si
ribatte con dei contenuti seri e con idee supportate da pensate argomentazioni,
si ribatte e basta sventolando spettri come il fascismo mentre se ne assumono
tutti i comportamenti deplorevoli.
Il confronto pacato e responsabile
presuppone contenuti, valori da difendere e di cui farsi paladini, idee che
affondano le radici nello studio e nella ricerca. Non la ricerca su un
qualsiasi motore di ricerca, ma la lettura attenta delle fonti e l’analisi di
tutto ciò che è stato scritto sull’argomento. Leggere una tendenziosa sintesi
di una norma o di libro o di un saggio non basta. E invece si. Si millanta una
conoscenza che si rivela insufficiente e che inesorabilmente trascina verso
l’aggressione verbale. Quante volte ho avuto di fronte tuttologi dell’ultimo
minuto che si riferivano a norme apprese attraverso tendenziose letture
preconfezionate per gli ignoranti!
Abbiamo disimparato a ponderare il peso
delle parole, mirabile strumento per dare senso ai pensieri, alle conoscenze,
ai sentimenti, ai sogni, ai principi e ai valori. Siamo spinti dallo scontro a
tutti i costi anche quando siamo chiamati ad educare, anche quando il nostro
ruolo ci affida lo sviluppo del pensiero critico dei giovani che ci vengono
affidati.
Il rispetto dell’avversario è stato annientato dal bisogno irrefrenabile di
affermare un ego troppo spesso ipertrofico, di dimostrare che sappiamo tener testa
a chi comanda. Dov’è finito l’esempio di Gesù Cristo, di Martin Luther King o
di Ghandi che hanno portato avanti una vera rivoluzione culturale senza
strillare, senza offendere, senza distruggere e senza colpire il proprio
avversario?
In nome di una imbarazzante, falsa e ipocrita uguaglianza abbiamo derogato
al requisito fondamentale : chi parla deve avere qualcosa da dire che poggia su
solide conoscenze, deve sentire la responsabilità dell’effetto che generano le
parole, soprattutto se riveste il ruolo di politico, educatore o ha un peso
sociale rilevante, senza dimenticare di essere un modello, meglio se positivo.
La libertà di parola deve essere esercitata all’interno di una cornice
valoriale imprescindibile che vede nell’antagonista non il nemico da
distruggere, offendere o annientare, ma un interlocutore alla pari da
rispettare sempre e comunque. Esprimersi senza offendere, pesare le parole deve
essere un imperativo categorico, deve essere l’unica modalità di confronto. Il
resto è spettacolo, è ricerca di consenso tra quella parte priva di contenuti
che veste i panni del rivoluzionario per moda.
Guardo con orrore a questo abuso della libertà di opinione di chi vuole, a
tutti i costi, creare un clima sociale conflittuale in cui la pluralità di
vedute non è più considerata un valore. Mi preoccupa la strumentalizzazione
continua dei giovani e la volontà di catechizzare piuttosto che educare allo
studio e alla ricerca. E mentre con slogan ad effetto si ribadisce il diritto
di ciascuno di affermare la propria persona, le proprie inclinazioni, mentre si
continua a lottare perché la diversità sia riconosciuta quale valore e
ricchezza, ci si abbandona all’offesa e alla demolizione di chiunque non la
pensi come noi. La diversità è sempre e soltanto una ricchezza da difendere e
coltivare, non può essere una bandiera da sventolare occasionalmente o al
bisogno. Eppure non riesco a rassegnarmi a questo clima di violenza e di
scontro continuo. Eppure voglio continuare a credere che tra persone perbene il
confronto sia possibile nel rispetto dell’altro. Eppure voglio credere che solo
l’individualismo bieco e senza scrupoli alimenti una conflittualità che trovo,
francamente, inutile e distruttiva.